Regia: Giuseppe Maria Martino
Drammaturgia: Dario Postiglione
Attori: Luigi Bignone, Martina Carpino, Giampiero de Concilio, Francesca Fedeli
Altri crediti: Luci Sebastiano Cautiero Scene Simona Batticore Foto Tommaso Vitiello
Parolechiave: Tempo, adolescenza, immaginario, gioco, trauma
Produzione: Collettivo BEstand
Anno di produzione: 2022
Genere: Prosa
Gli uccelli di passo sono presenze di una breve stagione, che vivono tempi e luoghi transitori.
Quattro adolescenti esplorano un albergo in rovina, un non-luogo abbandonato di un’Italia di provincia. Giochi e invenzioni si susseguono in bizzarri non sequitur: si inscenano matrimoni, parti, funerali, indagini e processi sommari, pestaggi, sbronze tra pirati, in un movimento frenetico che corre sul posto. Ma ogni gioco che si protrae all’infinito prima o poi svela il suo volto perturbante. La gioventù è un mito che urta contro il muro del tempo.
Uccelli di passo è una scrittura scenica che indaga l’immaginario esploso delle nostre infanzie e i riti d’iniziazione alla vita adulta, in cui la crescita è un trauma e il principio di realtà è il mostro che ci divora. O anche, un gioco di castelli di sabbia che cadono con il cambiare dei codici: un disturbo dell’attenzione agisce sugli eventi, spostando costantemente il senso delle azioni. La drammaturgia parte dalle suggestioni del Peter Pan di J.M Barrie e le sviluppa tramite un lavoro di autofiction che coinvolge gli attori. Con loro entriamo in un albergo fatiscente di cui emergono pochi elementi sospesi nello spazio: una vasca da bagno, dei tendaggi laceri, teli di plastica, un carrellino per il trasporto dei bagagli. Attraverso una continua risignificazione degli oggetti e degli spazi, l’albergo diventa un microcosmo fantastico, ora una chiesa ora un cimitero, un ristorante o una questura, una nave vichinga. È un mondo-isola in cui il tempo ha natura granulare, come ipotizza la fisica quantistica: passato presente futuro coesistono
e si sovrappongono, tutte le possibilità racchiuse in un unico istante. La regia rende conto di questa singolare forma del tempo attraverso fermi-immagine, ralenty, accelerazioni, ripetizioni, bolle che si aprono nel mezzo delle azioni in cui la voce amplificata degli interpreti restituisce una dimensione interiore.
Al centro di questo tempo sospeso e destrutturato c’è un evento traumatico che viene man mano alla luce: tutto ciò che lo precede e lo segue è una deriva, una fuga che si apre in un momento puntuale e si sviluppa per allucinazioni, spostamenti, proiezioni fantastiche. Allo sguardo del pubblico è demandato il compito di ricostruire e interpretare l’evento.
La drammaturgia si muove su due binari. Da un lato l’onnipotenza del “facciamo che io ero”, una formula capace di evocare e disfare mondi in una battuta: i nostri ragazzi diventano di volta in volta vandali, preti, sindaci, mogli e mariti, datori di lavoro, imitano le forme della vita adulta, si prendono gioco di ogni ruolo e gerarchia mettendone in luce la violenza e l’assurdo. Sull’altro versante, abbiamo lavorato su uno spaccato di realtà, un’adolescenza vissuta in una provincia possibile, e il sentimento di malinconia e perdita che segna ogni processo di maturazione. L’intento è di usare l’esperienza viva per costruire una biografia collettiva riconoscibile, in cui si confondano reale e fittizio.
Informazione riservata agli Organizzatori
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