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Una specie di preghiera

MaMiMò

Opera in repertorio

Genere
Prosa Figura
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Regia: Alice Giroldini

Drammaturgia: Alice Giroldini

Attori: Alice Giroldini

Altri crediti: scritto, diretto e interpretato da Alice Giroldini figure Noemi Giannico scene Marco Merzi e Noemi Giannico light design Marco Maccieri raccolta interviste Lara Sassi assistente alla regia Noemi Giannico si ringrazia Riccardo Bursi per i brani orginali

Parolechiave: preghiera, teatro di figura, ombre, fiaba, morte

Produzione: Centro Teatrale MaMiMò con il contributo dell’8×1000 di UBI – Unione Buddhista Italiana

Anno di produzione: 2025

Genere: Prosa Figura

“Che morte, non voler più morire”

Cesare Pavese



In scena una donna sola e un vuoto, un vuoto che non può essere riempito;

un buco che è ferita, uno spazio di ricordo, di apparizioni e di domande.



In che modo la morte oggi è presente nelle nostre vite?

Come ci rapportiamo alla nostra mortalità?

Come si elabora un lutto?

Quanti lutti abbiamo vissuto?

Quanti ne abbiamo elaborati?

Quanti ci terrorizzano?



In un continuo dialogo con il pubblico e con se stessa, fatto di buffi aneddoti, richieste d’aiuto disperate, ricordi antichi, sogni, questioni filosofiche, piccole ossessioni, confessioni, visioni, la protagonista attraversa le diverse fasi di elaborazione del lutto, un lutto rimasto in sospeso, ancora incastrato tra le pieghe di un passato che si ripresenta per essere risolto; un lutto particolare che diventa però universale, paradigmatico per l’esperienza della morte in generale, un attraversamento collettivo di quella selva oscura che ci riguarda più di quanto immaginiamo e accettiamo.



“Io non accetto la morte, restiamo nemiche io e lei”

Così esordisce la donna all’inizio dello spettacolo, è la sua dichiarazione di guerra, è la spinta che la porta ad iniziare, che da il via ad una lunga corsa ad ostacoli nel tentativo di trovare un senso.

Alla fine il senso non verrà trovato, non ci risposte da poter elargire, ma l’urlo di dolore può diventare un canto, e attraverso i fitti rami del bosco è possibile intravedere dei fili di luce, perché la natura canta continuamente un canto che dice che la morte è vita.

Confrontarsi con la propria mortalità, attraversare il bosco e uscirne trasformati.



“Ed è proprio il pensiero della morte che. Infine, aiuta a vivere”

Umberto Saba



In compagnia di una bambola e di una marionetta la protagonista incontra le sue paure, le mette in scena lei stessa, per guardarle, riconoscerle e salutarle. Allestisce un’opera in cui possano comparire tutti i morti che uno ha, gli fa spazio e gli dà voce. Usa il palco per fare un gioco, “cercare nel buio qualcosa che non c’è e trovarla”; il linguaggio teatrale diventa strumento per comporre un rito fatto di parole, musica e figure, come una specie di preghiera.



Note di regia

Per la messa in scena ho scelto di lavorare anche con la Figura perché credo che la Morte sia un tema troppo grande, è incomprensibile alla misura umana; la Morte è un Mistero, al quale è difficile avvicinarci, c’è bisogno di loro, marionette e ombre, che arrivano ovunque e da chiunque, perché sono universali e parlano il linguaggio antico della vita e della morte.

Abbiamo progettato due figure: una bambola, simbolo dell’infanzia e della Bambina della Fiaba che apre lo spettacolo, e uno scheletro umano a grandezza naturale.

Avevo bisogno di incontrare la Morte in scena, vedermela davanti, l’archetipo della Morte, la mia Morte, e affrontarla, fino a giocare con lei e amarla, a modo mio.



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