Regia: Matteo Vignati e Mimosa Campironi
Drammaturgia: Matteo Vignati e Mimosa Campironi
Attori: Matteo Vignati Mimosa Campironi Con la partecipazione di Loredana Scaramella
Altri crediti: Programmazione video di Roberto Di Maio Consulenza di Marco Crepaldi (Hikikomori Italia) Grafica di Patrizia Sacchi
Parolechiave: hikikomori, dipendenza, teatro, social, videogames
Produzione: Sycamore T. Company con il sostegno di Associazione Culturale Artemista
Anno di produzione: 2018
Genere: Prosa Performance Altro
HIKIKOMORI_Il mondo visto da una stanza racconta una storia d’amore impossibile. Nell’epoca del web 4.0, Romeo e Giulietta non possono che essere due giovani hikikomori con problemi di dipendenza digitale, ostacolati non più da genitori vecchi e violenti, ma da loro stessi e dalla loro incapacità di reagire. Il termine giapponese si riferisce infatti a coloro che scelgono di ritirarsi definitivamente dalla vita sociale, cercando livelli estremi d’isolamento e confinamento. Questo auto-esilio è scatenato da vari fattori, come un particolare trauma o la pressione sociale verso il successo e l’autorealizzazione, cui questi giovani volontariamente si sottraggono.
Strumento privilegiato di relazione con il mondo diventa così il mondo virtuale e digitale. Michael ha vent’anni e, abbandonato presto dal padre, si ritrova a crescere con la madre. Il trauma della separazione, unito a un crescente senso di inadeguatezza, lo induce a chiudersi in casa per ben otto anni, creandosi un’identità digitale fittizia in un videogioco multiplayer online, dove è conosciuto come Harlock98. Harlock è un guerriero forte, invincibile e soprattutto immortale – tutto ciò che Micheal non riesce ad essere – ma per restare in vita non può mai abbandonare il gioco.
Sofia invece ha 16 anni, la passione della musica e all’inizio dello spettacolo assistiamo alla genesi della sua condizione di hikikomori. Anche lei ha perso il padre in giovane età e avverte continuamente il peso delle aspettative da parte di una madre bisognosa e troppo invadente. Finisce per non sentirsi mai soddisfatta di sé stessa, delle proprie capacità e della propria immagine, scaricando le sue frustrazioni in una sorta di bulimia patologica.
I due ragazzi si incontrano in rete per interessi comuni. Chattano, si infatuano dell’idea che ognuno ha dell’altro, sognano di incontrarsi. Ma Michael, affetto ormai da una grave agorafobia, manca l’appuntamento e, innanzi a un ennesimo rifiuto, da parte dell’unica persona con cui aveva deciso di confidarsi, Sofia tenta il suicidio. Prima di farlo, invia un videomessaggio a Michael. Sarà lui l’unico che potrà salvarla, ma per farlo dovrà “abbandonare il gioco” e uscire dalla sua stanza.
L’isolamento è il leitmotiv dello spettacolo e ne permea la messa in scena. La drammaturgia sviluppa così due partiture parallele. I due personaggi/performer si trovano isolati nelle loro “stanze” e gli attori recitano in una situazione di difficoltà oggettiva, senza potersi mai vedere. L’unico mezzo che hanno a disposizione per comunicare tra loro è lo schermo dei loro dispositivi digitali, proiettato in maxischermi alle loro spalle che si animano di atti performativi in grado di negare e allo stesso tempo amplificare le emozioni. È un eterno presente, quello in cui vivono Michael e Sofia. L’esposizione mediatica è continua; i dialoghi (chat o “skypate”) sono ridotti all’osso, rapidi, come chat virtuali, alternati ad atti performativi solipstistici (monologhi o canzoni).
Informazione riservata agli Organizzatori
Link:
Informazione riservata agli Organizzatori