Regia: Federico Malvaldi
Drammaturgia: Federico Malvaldi
Attori: Daniele Paoloni, Francesca Astrei, Veronica Rivolta, Luca Carbone
Altri crediti: Suono di Leonardo Raspolli Costumi di Marta Montanelli Luci di Federico Malvaldi Testo Vincitore del premio SIAD Calcante 2020, con la seguente motivazione: Un rigoroso nichilismo esistenziale abita il personaggio di Rob, malato terminale protagonista del testo di Malvaldi, in dubbio sulla propria identità e sul senso profondo dell’esistenza. Dialoghi incalzanti che slittano continuamente tra il serio e il faceto danno vita alle atmosfere di Tre giorni, divertente e umoristico in superficie, ma grottesco e amaro nel profondo, tanto da rievocare suggestioni di beckettiana memoria. Il comico diventa lo strumento per un teatro in realtà tragico, perché senza soluzioni e senza sviluppi apparenti. Le scene risultano ben strutturate e scritte con sapiente cura e freschezza. Nulla è lasciato al caso; ogni battuta risulta efficace ai fini dell’articolazione dell’intera vicenda, affrontata anche con una accorta ironia che rende il personaggio del protagonista estremamente eclettico, ben costruito e credibile. Tutto il testo ha una scrittura profondamente teatrale che ha la capacità di proiettare il lettore-spettatore direttamente sulla scena. La vicenda della malattia è lo sfondo sul quale si articolano una serie di relazioni profonde tra i personaggi. L’intera storia è una riflessione paradigmatica sulle nostre paure e le nostre incapacità di affrontare la realtà. Finalista al Premio CENDIC Segesta 2019. Menzione speciale al Premio PaT – Passi Teatrali per la drammaturgia italiana contemporanea 2021. Vincitore del Premio Pubblicazione Silvano Ambrogi 2020. Menzione speciale al bando di nuova drammaturgia Prosit! 2023. Finalista alla prima edizione del bando di nuova drammaturgia del Teatro Stabile di Catania.
Parolechiave: Teatro, Drammaturgia Contemporanea, Teatro contemporaneo, malattia, drama
Produzione: Remuda Teatro E.T.S.
Anno di produzione: 2024
Genere: Prosa
Tre giorni. E dopo? Dopo si vedrà. Rob, un ragazzo malato di cancro alla spina dorsale, non può saperlo. L’operazione ha il 50% di riuscire e il 50% di… beh, avete capito. Tre giorni per fare i conti con se stessi e con tutti i fantasmi del passato. Per accettare che tutto potrebbe finire entrando in quella maledetta sala operatoria. Tre giorni per dire l’ultimo ti voglio bene a una madre rimasta sola, o per ricordare le bravate di gioventù insieme al proprio migliore amico. Tre giorni di paure e di incubi, ma anche di sorrisi e momentanee speranze. Perché proprio a me? Perché la vita è così: si diverte a fregarti. Ma a volte capita che in mezzo alle fregature accada qualcosa di bello. Una parola, uno sguardo, un gesto: Emanuela. Tre giorni per innamorarsi. E dopo questi tre giorni chissà, si vedrà.
Tre Giorni affronta la paura di morire con ironia e irriverenza, sbattendoci in faccia tutto il cinismo della vita, così brava a prenderci in giro. Cosa proverò? Si chiede Rob. Non proverai nulla, risponde Emy, senza però saperlo davvero. Perché nessuno sa veramente cosa accadrà dopo. Semplicemente, a un certo punto, tutto si spegne. Il cuore smette di battere, il cervello si ferma, gli organi non lavorano più e la nostra coscienza sprofonda in un sonno senza sogni.
Tre Giorni racconta l’attesa. Quella di una stanza d’ospedale: un luogo senza tempo che ha confini spazio-temporali a sé stanti, contaminati da un realismo magico che mescola tra loro ironia, cinismo, paura e disperazione. L’attesa altera lo scorrere del tempo, lo deforma fino a dilatarlo o a restringerlo. Un secondo diventa un giorno, un giorno diventa una vita. Non è più il tempo esteriore - scandito solo dalle visite dei parenti e dai pasti improponibili dell’ospedale - a scorrere, ma il tempo interiore. Un tempo che non ha regole, confini e che per ognuno di noi è mutevole e differente.
Tre Giorni, in fondo, non parla che di amore e di morte. Della possibilità di provare speranza grazie a uno sguardo che sa di futuro. Ma sperare significa anche affrontare le nostre paure più oscure. Così restiamo lì, vulnerabili e indifesi, ma con la consapevolezza che non si muore mai domani, si muore sempre oggi e allora, oggi, dobbiamo anche vivere.
Informazione riservata agli Organizzatori
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