Regia: Battista/Ciaffoni
Drammaturgia: Gioia Battista
Attori: Nicola Ciaffoni
Other credits: Di Gioia Battista
Con Nicola Ciaffoni
Regia Battista/Ciaffoni
Arrangiamenti Walter Giacopini
Consulenza disegno sonoro Giulio Ragno Favero
Consulenza disegno luci Veronica Penzo
Scene e costumi Chiara Barichello
Sculture Alberto Rocca
Con le voci di Riccardo Maranzana, Angelo Campolo e Mirko Soldano
e di Luigi Cerpelloni, Walter Giacopini. Enrico Morello, Francesco Morello
con l’amichevole contributo al violoncello del M° Luca Franzetti
Scene realizzate da Delta Studios – Udine
Foto di scena Paolo Blocar
Produzione Caraboa Teatro
Key words: guerra, follia, primaguerramondiale, shellshock, pace
Production: Caraboa Teatro
Year of production: 2023
Theatrical genre: Prose Figure
«Un esercito di matti che marcia verso un mondo che non esiste.
Io me li immagino così. Improvvisamente fermi in mezzo alle bombe.
Si tirano su dai loro nidi di fango,
come avessero udito un suono familiare dall’altra parte della trincea.
Me li immagino vagare per il campo di battaglia,
con gli occhi lontani da questo mondo.»
Sul palco solo un tavolo e un paio di microfoni, oggetti di uso comune, strumenti musicali e materiali che suoneranno riportandoci nel paesaggio sonoro delle trincee. Un soldato come tanti cerca di salvarsi dalla guerra. Una possibile via di fuga: fingersi matto. In tanti ci provano, come lui, presentandosi alle visite mediche di reclutamento già con la «patente» da matti. Ma questo non impedisce ai comandi dell’esercito di spedirlo ugualmente sul Fronte. Saranno le trincee, le granate e l’orrore dei combattimenti a portare la giovane recluta alla follia. Il soldato canta la sua storia per quelli che non ci sono più e per quelli che sono tornati. In qualche modo lui stesso «torna», 100 anni dopo, a raccontare cos’è stata la guerra, e cosa potrebbe essere ancora. Torna per far sì che il senso di umanità non sia mai messo da parte per la necessità di identificare un nemico. Quel senso di umanità che i soldati matti hanno incarnato come un baluardo, una bandiera: lasciateci uomini, non fateci morire, non fateci ammazzare i nostri fratelli.
NOTE DI REGIA
Tornare vivi dalla guerra basta a considerarsi salvi? Non aver riportato ferite visibili equivale a non averne? Durante la ricerca svolta per documentarci sul tema ci siamo imbattuti in una cartella clinica di Angelo un soldato che, reduce dal fronte, nel manicomio in cui è stato internato, ogni mattina si sveglia e ‘recita’ tutta l’ultima battaglia in cui ha combattuto: il sibilo dei colpi di mortaio, la terra che scoppia in aria, le urla in italiano, le urla in tedesco. Recita tutto e tutti. Mette in scena la guerra, quella fuori e dentro di sé. Per affrontare questa regia condivisa siamo partiti da qui, siamo partiti da Angelo, cercando di dare voce al suo dolore e ‘a quel rumore che ha nella testa’. Si è trattato di un lungo studio per trovare la forma migliore per esprimere ‘quello che non si può dire’, l’orrore della guerra; insieme abbiamo cercato i suoni e le immagini che più ci sembravano aderire ad un racconto interiore, per provare a portarlo fuori: fuori dalla trincea, fuori dal tempo, ma che avesse – allo stesso tempo – la forza di essere contemporaneo e di arrivare fino a noi.
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