Regia: Claudio Larena
Drammaturgia: Claudio Larena
Attori: Claudio Larena
Altri crediti: Tutor: Biagio Caravano Daria Deflorian Consulenza Artistica: Arianna Pozzoli Luci: Francesco Tasselli Suono: Lorenzo Minozzi
Parolechiave: solitudine, sospensione, pudore, fatica, artigianato
Produzione: Progetto selezionato al bando PoweredByRef 2020 di RomaeuropaFestival; con il sostegno di Teatro Spazio Rossellini ATCL, Carrozzerie N.O.T; O-studio (a cura di Salvo Lombardo); Artisti.Associati
Anno di produzione: 2021
Genere: Teatrodanza Performance
La stanchezza mi nobilita, la sensazione di esserlo mi fa sentire importante, attivo, parte di qualcosa, ma non mi basta esserne consapevole, ci tengo a condividerla, a raccontarla, lamentandomi.
La lamentela fa la ragione, da forza alle mie idee, arricchisce la mia vita, mi gratifica. Mi vanto di quello che sono, che ho e che faccio, raccontandomi impegnato e stanco, ma in fondo soddisfatto.
Soddisfatto di sapere cosa è giusto, di saper usare il mio tempo, del mio lavoro, dei miei studi, attività, amicizie, amori, di dovermi prendere cura di mia figlia, della casa, del mio corpo e soprattutto di faticare.
E allora perché quando mi viene chiesto “come stai? Che stai facendo?” mi trattengo dal rispondere con entusiasmo che sono felice, che tutto va bene, che sono contento di ciò che sto facendo e che vorrei urlare dalla gioia e far sapere a tutti che la mia vita ha un senso. E invece sbuffo, sospiro e mi lamento?
E perché, se mi si pone la stessa domanda, ma in questo caso la mia vita non mi soddisfa, non sono sincero con me stesso e ammetto che quello che faccio non mi piace, mi dà un senso di profonda inutilità e mi umilia, invece di convincere me e gli altri di provare un senso di appagamento che mi sforzo a trovare in ciò che in realtà, lo so benissimo, non mi corrisponde?
È il confronto con gli altri a confondermi, è il bisogno di definirmi da parte mia da parte mia e di definire da parte degli altri che mi porta a contraddire, mentire, esagerare.
Ma a quale affermazione credo di più? A quella di cui sono cosciente o a quella con la quale mi racconto? Di cosa mi auto-convinco?
L’auto-convinzione è irrazionale, mi permette di trovare nella sofferenza un vantaggio, un benessere, forse anche un divertimento, mi protegge e allo stesso tempo mi espone ai rischi, mi fa credere che tra le tante possibilità che una società può offrirmi, quella che ho scelto sia la più vantaggiosa, pur essendo la più difficile, scomoda e assurda per la stessa società alla quale, quando verrà a chiedermi come sto, io con orgoglio risponderò: “Bene!”
Ma probabilmente non sarà vero.
In scena un muro e un operaio.
Lo vediamo solo, in un appartamento vuoto, in perenne dialogo con il muro e con la materia che andrà a rivestirlo. Lo vediamo vigile, rispettare delle regole che si tramutano in gesti e in azioni, in partiture meccaniche e risolute che non possono avvenire se non in quel quadrato di telo protettivo posto davanti alla parete. Questo è il luogo dello sporco, della polvere e allo stesso tempo della disciplina. A suo modo un luogo sacro dove probabilmente il soggetto in questione compie continuamente giorno per giorno le stesse azioni, fino a farle diventare degli automatismi dai quali cercherà di scappare, per poi tornarci come se un elastico lo tenesse legato al muro che, per ogni tentativo di fuga, lo richiama all’ordine.
Il muro è uno specchio che non riflette, è una possibilità, non è un limite, è un lavoro e una relazione concreta che non può mutare
Informazione riservata agli Organizzatori
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