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Una talpa

Fondamenta zero

Genere Prosa Performance
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Regia: Emilia Scatigno

Drammaturgia: Emilia Scatigno

Attori: Elena Ferri, Claudia Manuelli, Emilia Scatigno, Paolo Tosin

Altri crediti: light design Silvia Vacca musica e live sound design Paolo Tosin

Parolechiave: violenza sessuale, morte, colpa, Oceano, pittore

Produzione: Fondamenta zero

Anno di produzione: 2022

Genere: Prosa Performance

Eccoci qui, sto per morire. Sto per morire e in fondo non è poi così grave se muoio! È stato come se per un momento, le pareti si staccassero e la stanza si catapultasse lontano in uno strano remoto, come quando nei film cade una granata e tutto fischia, come quando sogni e ti vedi dall’esterno, regista o marionetta di ciò che accade. La realtà bussava alle tempie e gridava: “scappa!”, ma io non potevo far altro che restare immobile, sentivo le sue urla lontane, vedevo lui lontano, il mio corpo lontano, disteso sul tavolo, la gola trafitta dal pennello. Pace e silenzio… mi sono vista morta e se ci penso adesso, se ci penso adesso… la morte mi è sembrata gentile.

Una talpa parla dell’incapacità di dire “stupro”, “abuso”, “violenza sessuale”, della ricerca disperata di un'altra parola per nominare quello che è successo, perché accettare queste definizioni vorrebbe dire accettare che ci è accaduto proprio questo, che in nessun modo siamo stati capaci di evitarlo.
Un demone sussurra che è colpa tua… tu ci provi a non credergli, ma lui è più forte di te. Chi è il lupo e chi l’agnello? Non lo so. Non mi interessa raccontare la storia del lupo e dell’agnello. Mi interessa l’angoscia, l’incapacità di rispondere ad alcuni perché. Perché non sono stata in grado di reagire? Perché sono rimasta immobile e non ho detto semplicemente no? Perché ho sorriso? Perché alla fine di tutto ho detto perfino “grazie”? Tutti ti dicono che sei una vittima. Eppure no, non sei una vittima, non ti senti così. Sei arrabbiata, sporca e sola in un silenzio che ti uccide poco a poco. Sei colpevole. Ti sei trasformata in qualcosa di meschino, in un pezzo di carne sempre più marcio che non desidera altro che buttarsi via, un Oceano che si svuota ed è questo svuotamento che voglio raccontare. Non la verità oggettiva, ma la mia verità, l’elaborazione di un’esperienza reale.
La scena si svolge nello studio di una commissaria che sta indagando sull’ omicidio di un noto scultore. La principale sospettata è una donna che per la vittima aveva posato come modella qualche anno prima. Ciò che accadde in quell’ occasione ci viene raccontato a sprazzi, ma capiamo che è stato qualcosa di terribile. In scena sono presenti anche la fidanzata di lei, un uomo che nessuno vede e un dipinto che rappresenta l’Oceano, l’ultimo progetto a cui l’artista stava lavorando.
La commissaria cerca di portare avanti un interrogatorio che si protrae da giorni, prova a tenere le redini della situazione, ma le due donne, nella maggior parte dei casi, non rispondono alle domande e si abbandonano a ricordi e digressioni. Il dialogo diventa un flusso inesorabile nel quale la commissaria è trascinata inevitabilmente. Tutto è governato da lui che attraverso provocazioni estenuanti alla mente di lei rende impossibile la prosecuzione dell’interrogatorio e ancora una volta la commissaria non ottiene la confessione che sperava.

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