Regia: Gaddo Bagnoli
Drammaturgia: Gaddo Bagnoli
Attori: Claudia Franceschetti, Andrea Magnelli, Marco Olivieri
Other credits: Musiche Originali Sebastiano Bon e Francesco Canavese
Costumi di Roberta Vincenzi
Foto di Margherita Busacca
Key words: Uomo, Macchina corpo, Teatro fisico
Production: Federica Maria Bianchi
Year of production: 2010
Theatrical genre:
Tre personaggi cangianti, tre “tipi” umani si muovono in scena, costruiti come osservatorio sperimentale del mondo, quasi degli uomini-cavie per lo studio dell’Umanità vivono situazioni che nella vita si ripetono inesorabilmente uguali a se stesse, meccanismi del cuore e della mente che generano amore, odio, passione, morte, tutto quello che noi animali uomini siamo obbligati a vivere, stritolati dall’inesorabile meccanica dell’esistenza, volenti o nolenti.
La percezione che abbiamo della nostra vita è un mosaico di immagini dato dalle nostre impressioni sensoriali, il senso reale, profondo, ci sfugge indefinito, sembra che ci sia qualcosa di ‘sbagliato’.
Per questo gli attori sulla scena si muovono secondo partiture prefissate di azioni, sequenze fisico/verbali che tentano di dare una direzione al nostro fare, al nostro esistere. Senza soluzione di sorta.
Poiché l’uomo reagisce con il corpo ad ogni stimolo del mondo esterno con una reattività fisica, istintiva, biochimica e automatica, genera azioni che per somma e ripetizione creano comportamento.
Ecco perché l’Uomo è come una Macchina.
L’emozione e il pensiero nascono dopo quando, per esistere, vestiamo le nostre azioni meccaniche di un’altra natura, per distinguerle dalle azioni meccaniche degli altri.
Gli attori, confusi nella moltitudine dell’Umanità, creano un tessuto di reazioni grazie alle quali il pubblico può cogliere la poesia al di là delle risposte automatiche, prigioni della vita.
Gli attori, nel tempo di uno spettacolo, sono l’anello tra la meccanica dell’io, il pensiero del tu e l’emozione del noi.
Un tappeto erboso, un declivio e tre personaggi bianchi, senza caratterizzazione definita, vivono le contraddizioni ed i conflitti del corto circuito della nostra vita quotidiana.
Lo spettacolo si sviluppa su diversi piani d’azione.
L’atmosfera infatti si modula tra momenti di fisicità estrema esaltati dalle musiche di Francesco Canavese e Sebastiano Bon e momenti più riflessivi, dove il testo si moltiplica in un caleidoscopio di forme liriche e crudeli.
L’ironia dissacrante dà respiro ai momenti di panico, in un alternarsi continuo di generi. La poesia si mischia con il grottesco, il dramma con la crudeltà, con l’abitudine di una vita fatta di tensioni continue tra momenti di pura gioia a momenti di vera miseria, in balia degli eventi e delle situazioni siamo incapaci di reagire e siamo portati dalla nostra natura a compiere azioni che non riconosciamo.
Fino al momento finale, la consapevolezza che una speranza è possibile perché in fondo, “il corpo è nell’inferno del mondo ma l’anima è nel sole”.
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