Regia: Daniele Menghini
Drammaturgia: Giodo Agrusta
Attori: Giodo Agrusta Cristina Daniele Daniele Menghini Ludovico Röhl
Other credits: scene Manuel Menghini
luci Fabio Galeotti
costumi da un’idea di Daniele Menghini , realizzati da Le Sartoriali di Vichi & Orti
trucco Maria Chiara Tascini
acconciature Michele Trentini
foto Eleonora Proietti
con la collaborazione di Diego Piccioni, Amedeo Carlo Capitanelli, Nastasia Petrini, Saverio Mariani e Massimo Menghini
Key words: Matrimonio, allucinazione, dominio, moglie, amore
Production: Malabranca Teatro
Year of production: 2015
Theatrical genre: Prose
Lo spettacolo
Liberamente tratto da "La moglie a cavallo" di Goffredo Parise
Due sposi freschi di “sì” e tutta una vita davanti.
Insieme. Inesorabilmente.
Nel bene e nel male, in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia.
Un sogno che si corona di spine; una vita di coppia che si rivela condanna per un marito devoto ad una moglie “capricciosa”, in cui l'amore diventa possesso e il possesso ricatto.
Una parabola amara e surreale della vita coniugale intesa come gioco morboso, in cui amare significa dominare.
Forsennatamente. Instancabilmente.
Note di regia
LOVE MACHT FREI. “L’amore rende liberi” è il motto che, quasi fosse uno specchietto per allodole, potrebbe accoglierci all’ingresso del nido d’amore di Glauco e Romana, i due sposi protagonisti de “La moglie a cavallo”, opera surreale e grottesca scritta dalla sapiente mano di Goffredo Parise nel 1963.
Sono gli anni del twist, della minigonna, delle prime donne in politica e negli uffici; gli stessi anni in cui al microfono di Pasolini gli italiani confessano le proprie integrità morali e meschinità amorose, discutendo nei “Comizi d’amore” di matrimonio e tabù sessuali, doveri coniugali e divorzio, ma nonostante questa smania di emancipazione l’antica regola del “si fa ma non si dice” resta ancora la più sicura e forse la più comoda da seguire.
Attraverso l’occhio impietoso di Parise riusciamo a spiare le prime ore di matrimonio di Romana e Glauco che, inconsapevoli e con ancora il riso tra i capelli, stanno per conoscere a loro spese cosa vuol dire amare, essere sposati, essere in due.
Sembra essere un capriccio ad azionare l’ingranaggio morboso che porterà Romana, piccola, dolce, pia, tagliente e devota sposa a dar prova del suo immenso amore al puro e gentile Glauco; un capriccio innocente, di quelli come se ne hanno tanti, una voglietta irrefrenabile che degenererà in dispotica dipendenza.
Applicando allo sguardo di Parise un filtro deformante e onirico si tende a fare della vicenda amorosa scritta più di cinquant’anni fa una vera e propria parabola surreale della vita di coppia dai toni aspri ed epici che, restando volutamente fuori dal tempo, scandito solo dalla routine del quotidiano, basa l’analisi drammaturgica sull’incomunicabilità.
In quest’ottica l’appartamento descritto tanto dettagliatamente dall’autore diventa uno spazio stilizzato ed essenzialissimo, stranamente asettico, chiuso ermeticamente agli occhi indiscreti del mondo pettegolo e bacchettone che sta fuori; una casa impervia e incombente che si fa palcoscenico di un amore malato in cui le atmosfere da commedia borghese lasciano precipitosamente il posto al più paradossale dramma assurdo in cui amare e dominare diventano sinonimi.
Un gioco morboso a cui all’inizio i protagonisti tenteranno di sfuggire per poi arrivare ad accettarlo, a desiderarlo ed infine, inevitabilmente, a pretenderlo.
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