Regia: César Brie
Drammaturgia: César Brie, liberamente tratto dal racconto di Fëdor Dostoevskij
Attori: Clelia Cicero Daniele Cavone Felicioni
Other credits: LA MITE, adattamento e regia di César Brie
Liberamente tratto dal racconto di Fëdor Dostoevskij
in scena Clelia Cicero e Daniele Cavone Felicioni
bambola ralizzata da Tiziano Fario
musiche originali Pietro Traldi
costumi Elisa Alberghi
scene Roberto Spinacci
disegno luci Sergio Taddo Taddei
produzione Teatro Presente
Uno spettacolo di Teatro Presente
Key words: condizione femminile, solitudine, suicidio
Production: Teatro Presente
Year of production: 2014
Theatrical genre: Prose
“Finché lei è qui va ancora tutto bene, posso andare a guardarla ogni istante, ma domani che la porteranno via, come farò a rimanere da solo?”
Questa disperata domanda è l’inizio della vicenda.
La Mite è un racconto che Dostoevskij ha scritto prima di fare I fratelli Karamazov, ispirandosi a un fatto di cronaca che lo aveva molto colpito: il suicidio di una ragazza definito dai titoli dei giornali un suicidio mite. L’originale ci presenta un uomo disperato che vuole capire perché sua moglie si è uccisa e fa una specie di lungo soliloquio nel quale ricerca le ragioni di questo atto disperato. Nel nostro spettacolo invece abbiamo fatto parlare entrambi.
Il testo è del 1876 e lei, la Mite, disegna un’inquietudine che ha già la complessità della questione di genere, tanto più potentemente insidiosa e attuale in quanto ancora priva di sovrastrutture ideologiche.
Dostoevskij, precorrendo i tempi, decide di indagare sulle conseguenze dell’incomunicabilità e solitudine che trasformano la relazione tra i due protagonisti in un gioco di potere in mano ad un uomo inconsapevole e tormentato. L’autore ci racconta il silenzio tragico ed enigmatico de la Mite e apre uno squarcio sul disturbo psicologico in generale, poco esplorato all’epoca.
“A raccontarci la storia è lui, l’usuraio, l’uomo freddo e severo del banco dei pegni, che poco prima aveva sposato una ragazza buona e mite, e ora cerca una ragione che spieghi il suo suicidio. I due sono in scena senza separarsi mai, in un dialogo di azioni e parole. Lui cerca di capire l’accaduto, torna indietro, ricorda, si confonde, capisce, sale dolorosamente verso la coscienza di ciò che ha scatenato, provocato. Lei lo aiuta a ricostruire, descrive i fatti, aggiunge, conferma, tace. Poiché è morta, non può argomentare, ragionare o giustificare. Lei è la sua memoria, la sua vittima, la sua colpa, il suo amore ferito, il suo silenzio”. César Brie
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