Regia: Amalia Franco
Drammaturgia: Amalia Franco
Attori: Amalia Franco
Other credits: di e con Amalia Franco
scenotecnica Gianluca Vigone
musiche Fabio Orsi
marionette Amalia Franco
luci Michele Di Erre
Coproduzione La terra Galleggiante, Lavorare Stanca e Botti du Shcoggiu
Sostegno e residenza RAMDAM, UN CENTRE D’ART
Funded by the European Union and the Goethe-Institut
Vincitore Progetto Cura, con il sostegno di Dracma Teatro, Teatro Akropolis, Mirabilia, Idra Teatro
Key words:
Production: coproduzione La Terra Galleggiante/Botti du Shcoggiu/Lavorare Stanca
Year of production: 2026
Theatrical genre: Dance Figure Other
Nella commistione tra danza, figura e parola l’artista esplora il coro come entità fisica, sentimentale e di pensiero.
Nella sua manifestazione più evidente CORO è una pacifica masnada di marionette dedita a un movimento continuo e mai uguale di salita e discesa. Una specie di popolo – e qui la forma fisica trasuda in quella sentimentale – ma eterno, senza storia, come gli angeli o come la plebe. Nel CORO è impossibile distinguere ciò che è unico da ciò che è replica, ogni marionetta è sempre la stessa e testimonia sempre il coro attraverso la propria forma singolare di creatura che striscia e che vola, canticchia e si contorce, muore e si eterna, nella grazia del sempre medesimo movimento di chi scende e chi sale.
CORO è la forma di un sentimento comune, la visione che supera la scena, punto d’incontro tra il pensiero sottile e la manifestazione della materia.
Il cubo è lo spazio di quest’incontro: lo spazio nello spazio e il teatro nel teatro, artificio, baracca, oggetto cosmologico tragico nella sua immobilità, solido platonico e macchina teatrale che muove e danza le figure.
In andirivieni tra visibile e invisibile, tra l’uno e i tanti, tra cielo e terra, avremo una guida: il Poeta, o Buffone, specie di Caronte zoppo che attraversa questo inframondo materico.
Le ispirazioni che hanno guidato la creazione attingono da una parte alle icone ortodosse e all’iconostasi come
luogo materico che indica il confine dell’invisibile, il sentimento panico del Tutto e la soglia sull’abisso; dall’altra parte sono rivolte all’Opera dei pupi siciliani, proliferazione di voci, opera dei tanti, coro incarnato dal puparo, e alla vitalità dell’arte popolare.
CORO prova a situarsi al crocevia tra lo spasimo verticale interno alle icone e il moto orizzontale dell’Opera, mantenendo la tensione tra le schiere angeliche e le frotte cavalleresche dei pupi in un’elegia dei tanti, pura moltiplicazione nel segno dell’affraternamento.
CORO, simile al cristallo, rifrange prismaticamente i diversi sensi che lo attraversano: il choros come insieme dei
danzanti, la danza e il luogo della danza, il canto e le singole voci che lo compongono, lo spazio architettonico
nelle chiese, il personaggio collettivo del teatro greco, l’umore del popolo o la voce del Poeta, l’uno originario,
ovvero la figura all’origine della Tragedia, la nostra, ridicolissima, tragedia.
In fin dei conti si tratta qui di una figura retorica, uno spostamento per rifrazione che, forse, ci avvicina all’umana
inquietudine, guardando da un altro pianeta, cubico, sabbia e oro.
“Uno per tutti, tutti per uno, Coro, o frotta scalcagnata, schiera angelica, eroi senz’arme.
E tutti insieme / non come avvinti / (sebbene sempre avvinti) / ma eretti / quasi sospesi / dall’alto alle correnti … / finché fiore non tocca / fiore / torno torno / con le punte dei petali / fuse in un solo fiore”
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