Regia: Sebastiano Spada
Drammaturgia: Laura Pinato - Sebastiano Spada
Attori: Beatrice Ceccherini, Maria Chiara Pellitteri
Other credits:
Key words: Teatro, Mito, Femminile, mostrificazione
Production: Compagnia Gabriele Lavia - Effimera Produzioni Srl
Year of production: 2026
Theatrical genre: Prose
Nell’Odissea, Omero le descrive come minacce insormontabili, poste l’una di fronte all’altra nello Stretto di Messina. Ulisse è costretto a passare tra loro, scegliendo quale pericolo affrontare: da una parte Scilla, “il mostro che ruba sei compagni d’un colpo”; dall’altra Cariddi, “il gorgo che tre volte al giorno inghiotte e tre volte rigetta il mare infinito”. Il testo sviluppa linguaggi e ambientazioni diverse, con l’idea di incarnare il mito nella storia, fino ad arrivare alla
contemporaneità. Lo spettacolo inizia proprio dal mito, con i monologhi delle due mostre, scritti in una lingua poetica e fisica, viscerale e sensuale.
Poi quegli archetipi senza tempo e senza spazio si incarnano nelle figure storiche di due prostitute, esseri ai margini della società, desiderate e dannate; fino a prendere poi le sembianze della contemporaneità, solo per constatare che l’era dei mostri, in fondo, non è mai finita.
Il progetto nasce dall’esigenza di indagare la genealogia della mostrificazione del femminile: un tema antico, che attraversa la mitologia, la religione, la politica e il corpo stesso della donna. Scilla e Cariddi non sono più trappole marine, ma voci vive: raccontano il prezzo di essere donne libere e immaginano la possibilità di una riscrittura della loro storia. Un rito teatrale che trasforma il mito in un atto politico e poetico. Le due creature diventano archetipi del modo in cui la cultura patriarcale ha modellato la paura del femminile.
Nel nostro spettacolo, inoltre, Scilla e Cariddi si incontrano per la prima volta. Nel mito, infatti, vengono sempre nominate insieme ma i loro racconti sono sempre separati e così anche le loro vite. Qui invece, dopo aver affrontato la nave di Ulisse, le due si rivolgono per la prima volta la parola e si scoprono a
vicenda come mostri e come donne.
Attraverso il loro dialogo, il mito diventa specchio del presente. Scilla e Cariddi parlano di sé, ma anche di noi: “troppo” – troppo ambiziose, troppo libere, troppo arrabbiate, troppo desideranti – che ancora oggi la società cerca di contenere o ridicolizzare.
Come Ulisse, anche noi spettatori siamo chiamati a navigare tra due estremi – e forse a riconoscere che entrambi abitano dentro di noi.
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