Coreografia: Luciano E. Nuzzolese
Drammaturgia:
Interprete: Valentina Foschi
Other credits: Aiuto alla creazione e interprete Valentina Foschi
Scenografia Chiara Caroli
Luci Francesco Margarolo
Organizzazione Lorenzo Alla
Con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Toscana, comune di San Casciano in Val di Pesa
Con il contributo di Fondazione CR Firenze
Key words: Minotauro, Maschera, Ibrido, Linguaggio, Forza
Production: Compagnia Xe
Year of production: 2026
Theatrical genre: Children's theatre (11-19) Dance Performance
ὦ ταῦρε (o taûre) è un assolo, ma non del tutto. Il progetto coreografico nasce, infatti, da una lunga e stratificata fase di ricerca fisica e immaginativa, guidata da pratiche di improvvisazione con l’utilizzo di una maschera da toro. La maschera, dispositivo scenico e al contempo simbolico, ha innescato una serie di esplorazioni somatiche e percettive attorno alla figura mitologica del Minotauro. Il punto di partenza teorico e letterario è stato il racconto “La casa di Asterione” di Jorge Luis Borges, una narrazione breve e potentissima in cui il Minotauro prende parola in prima persona, restituendo un’immagine dell’ibrido come essere solitario, recluso, quasi infantile, ma anche lucido e fiero. Asterione è mostro e un bambino, è un dio, ma anche un prigioniero. Da qui, si è innescata una riflessione sul corpo come spazio mitico, attraversato da tensioni tra l’umano e l’animale, tra il desiderio di senso e il caos originario.
ὦ ταῦρε (o taûre) è un progetto coreografico che non vuole cercare una narrazione lineare, ma costruisce un paesaggio poetico-linguistico e fisico stratificato, dove il pubblico è chiamato a entrare in relazione con un corpo che si mostra, si trasforma, si ritrae, si offre, si racconta. Il lavoro prevederebbe una scenografia minima – uno spazio vuoto, probabilmente delimitato da linee o geometrie labirintiche – e una drammaturgia del suono che alterna musiche altamente ritmiche, silenzi densi, suoni concreti e voci balbettanti. L’intero dispositivo scenico è pensato per amplificare la solitudine dell’ibrido, ma anche la sua straordinaria capacità di generare nuove forme, nuove domande, nuove presenze, in un tempo che non concede più definizioni stabili, ma chiede al corpo di continuare a cercare e finalmente trovare.
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