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Il Consolo - liturgia per corpi affamati

Quarto Bivio Lab

Play in the repertoire

Theatrical genre
Prose
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Regia: Vincenzo Politano

Drammaturgia: Vincenzo Politano

Attori: Lucrezia Abate Sara Bozzetti Eleonora Fedeli Federica Scazzarriello Gabriele Vollaro

Other credits: Assistenza alla regia Giulia Quercioli

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Testo vincitore del premio “Ugo Betti per la drammaturgia” – XX Edizione (2026)
Spettacolo vincitore del premio di produzione Vandùgola (2025)


Key words: Corpo, femminile, alimentazione, social media, disturbi.

Production: Una produzione Quarto Bivio Lab coprodotto da Pacta dei Teatri. Realizzato con il sostegno del bando Vandùgola 2025.

Year of production: 2026

Theatrical genre: Prose

Tre donne, una clinica, forse solo uno spietato reality show. Della mangia per tappare le sue voragini. Per dimenticarle o per ricordarle meglio. F45.2 vuole essere amata come la showgirl che venera come suo unico Dio. Sogna il suo stesso culo a palloncino stampato sul poster che conserva. F50.4 disegna una bocca sulla pancia. É il suo rito di accettazione, ma c’è qualcosa che spinge da sotto. Ogni giorno una prova. Il corpo è un altare da non profanare. La cura ha regole precise e chi sbaglia, paga. Fuori, il mondo desidera corpi perfetti, pronti e performanti, ad ogni costo. Ma se qualcosa inceppa il gioco? Una liturgia. Un tentativo di redenzione. Un percorso che apre sul finale a un solo interrogativo: si può guarire dal più profondo dolore o bisogna accettare qualsiasi forma di consolazione?



Lo spettacolo nasce dal desiderio di interrogare il modo in cui la società contemporanea guarda, misura e giudica i corpi che non corrispondono agli standard dominanti. Non si parla soltanto di estetica, ma di un sistema che lega il valore della persona alla forma fisica, trasformando il corpo in un indicatore di disciplina, successo e controllo. Anche la body positivity, nata come risposta a questo meccanismo, rischia talvolta di trasformarsi in un nuovo imperativo: quello di dover accettarsi a tutti i costi. Il giudizio rimane, cambia soltanto linguaggio.

In questo contesto il cibo diventa un elemento centrale, non come semplice metafora, ma come materia concreta. Cosa mangiamo e come mangiamo raccontano identità, abitudini, desideri e fragilità. Per questo il cibo attraversa l'intero spettacolo, sia come presenza materiale sia come immagine, costruendo una abbuffata scenica. La drammaturgia procede per accumulo, sovrapponendo immagini, azioni e linguaggi fino a trasformarsi in un banchetto volutamente indigesto, capace di restituire allo spettatore la stessa sensazione di saturazione prodotta dalla pressione sociale.

Una presenza costante è quella dei media, che propongono modelli di bellezza e di successo come fossero universali, contribuendo a definire ciò che consideriamo desiderabile o accettabile. Le immagini proiettate, tratte dalla televisione, dai social e dai dispositivi che abitano la nostra quotidianità, vengono ricollocate in un contesto distopico, rivelando il loro potenziale come strumenti di giudizio e controllo.

A questa dimensione si contrappongono brevi frammenti dell'infanzia delle protagoniste, in cui il corpo appare ancora libero, ingenuo e non addomesticato. È proprio nel passaggio dall'infanzia all'età adulta che si manifesta il peso delle aspettative, fino a generare comportamenti estremi, ossessivi e patologici.

Lo spettacolo contiene immagini e contenuti che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni spettatori. È inoltre previsto l'utilizzo di cibo in scena che verrà recuperato limitando forme di spreco.

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