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QUELLO CHE TU HAI FATTO A ME

CORPI DISABITATI

Play in the repertoire

Theatrical genre
Children's theatre (16-20) Prose
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Regia: Giovanni Gazzanni

Drammaturgia: Achille Mandolfo/Giovanni Gazzanni

Attori: 4

Other credits: 1 regista 1 tecnico luci 1 sound designer live e un cantante live

Key words:

Production: No produzione, in cerca di produzione

Year of production: 2026

Theatrical genre: Children's theatre (16-20) Prose

“Il sesso senza consenso è stupro” è la frase che sentiamo quotidianamente su ogni tipo di social, sui giornali, in televisione e ciò accade sia nel mondo eterosessuale, dove la donna viene considerata oggetto di desiderio in pasto al suo carnefice, sia in quello omosessuale, dove l'atto è spesso immaginato come un gioco di sadismo, un rapporto di dominazione e sottomissione. Qual è il confine fra piacere e perversione? Chi si vendica contro il suo stupratore è vittima o carnefice? Questi sono gli interrogativi che il collettivo CORPI DISABITATI indaga in “Quello che tu hai fatto a me”, un nuovo progetto artistico, mai presentato finora a nessun bando nazionale, liberamente

ispirato alla celebre serie britannica “I May destroy you” di Michaela Coel e trasportato in Italia dove giustizia e burocrazia sono impregnate di prassi, di lungaggini e di costrutti sociali. Quattro personaggi: Laura, Oliver, Paco e il Commissario. I due protagonisti Laura e Oliver da tre settimane frequentano lo stesso locale con un solo obiettivo: distruggere il loro carnefice. Finalmente il

momento è arrivato e sono disposti a tutto per ottenere la loro dignità e la loro vendetta. Il collettivo Corpi Disabitati diretto dal regista Giovanni Gazzanni porta in scena la ferita del trauma e del disagio post-traumatico dei due protagonisti: Laura ha lavorato sulle ripercussioni della violenza subita, in psicoterapia, con il supporto dei medici e delle forze dell’ordine, Oliver, invece, non ha avuto né

coraggio né forza e supportare la sua amica in questa ardua impresa resta l’unica ancora di salvezza per riscattarsi dal dolore. Oliver ha paura del giudizio della sua famiglia, degli altri e sfoga il suo disturbo post-traumatico nella perdizione dei suoi incontri occasionali, “sex-addiction” la chiamano. Il testo nasce dall’esigenza di portare sul palcoscenico una domanda scomoda e profonda: cosa

accade quando la giustizia istituzionale non riesce a dare una risposta adeguata alla sofferenza di una vittima? La drammaturgia scenica, che scava nei territori fragili della responsabilità e della memoria, non cerca soluzioni semplificate né colpevoli rassicuranti, ma mette lo spettatore di fronte ad una verità inquietante, dove il male non ha i tratti di un mostro riconoscibile, ma spesso assume il

volto di una persona qualunque. La struttura scenica si sviluppa su due piani distinti. Da un lato emerge il racconto crudo della violenza, restituito in modo frammentato e confuso, riflettendo la natura stessa del trauma che Laura e Oliver portano addosso. I loro ricordi non seguono un ordine logico, ma si manifestano attraverso gesti quotidiani che non possono essere archiviati. Dall’altro

lato agisce la macchina della giustizia, incarnata dalla figura del commissario: un sistema fatto di procedure, prove e codici che, pur essendo necessario, si rivela talvolta insufficiente a contenere la complessità dell’esperienza umana.

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