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MARTA E MARIA-Due volte il mio nome

Marta Martinelli

Opera in repertorio

Genere
Prosa Altro
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Regia: Giovanni Spadaro

Drammaturgia: Adriana Bagnoli, Marta Martinelli, Corrado Bagnoli

Attori: Marta Martinelli, Adriana Bagnoli

Altri crediti: Musiche a cura di Andrea Motta

Parolechiave: femminile, sacro, religioso, Marta, Maria, teatro

Produzione: Il Sugo Teatro

Anno di produzione: 2025

Genere: Prosa Altro

Di che cosa c’è bisogno? Di cosa c’è bisogno davvero per vivere?

Nessuno ce lo dice! Nessuna persona può rispondere con esattezza a questa domanda, nessuno possiede questa certezza, a parte Gesù, che sembra sapere il fatto suo: “Una sola è la cosa di cui c’è bisogno”, afferma, mentre è seduto in casa di Marta, Maria e Lazzaro, in quella casa di Betània dove andava a riposare con i suoi amici.

E se a Marta, a lei “che si agita e si affanna per molte cose”, questa frase proprio non va giù, Maria dal canto suo incassa l’elogio senza aver fatto nulla. Marta e Maria di Betània sono sempre state prese come modelli, l’una della vita attiva e l’altra della vita contemplativa: l’agire e l’essere, il fare e il pensare…in una dicotomia che nella vita reale non sembra reggere, perché troppo complessa è la realtà e troppo misterioso l’essere umano per ridursi a delle semplici antitesi.

La ricerca drammaturgica di “MARTA E MARIA - Due volte il mio nome” prende origine dai personaggi evangelici di Marta e Maria di Betània e dal loro rapporto per indagare “questa cosa di cui c’è bisogno”, questa necessità che urge nel vivere e che va trovata ogni giorno.

Il testo si sviluppa in un dialogo accorato, vivace, con toni lirici e comici che conducono lo spettatore nell’esplorazione di ciò che si muove in noi di fronte alla vita. In scena prende carne quell’eterna tentazione di Marta, “la serva delle cose”: la dannazione del suo fare, del gestire le cose e quindi, per contrappasso, la sua feroce invidia per chi “sta in pace”, senza affannarsi, lieto. Marta abbraccia il demone del controllo illudendosi di possedere il senso di ciò che non comprende.

Maria invece, di cui nei Vangeli si parla poco, è l’eterna assente, quella che “non si sa mai se arriva e a che ora”, che lascia il posto vuoto a tavola, perché immenso è il suo bisogno d’amore: questo è il demone di Maria, sete inestinguibile, che la conduce nel mondo senza ordine, con una leggerezza malinconica, libera ma disordinata, smodata, assetata, senza pace e fondo. Quel demone, sconosciuto agli altri, che spesso la prende e la toglie dalla realtà, facendola salire su un albero a raccogliere frutta o rompendo specchi che riflettono e fanno riflettere. Due caratteri, due anime e due demoni dunque, nel senso socratico del termine, cioè forza interiore, vocazione innata, destino personale che guida ognuno.

Dove sta allora il senso? Dove si nasconde quel piccolo miracolo di verità, “quell’unica cosa di cui c’è bisogno”? Non risiede nella schiavitù delle cose ma nemmeno nella scanzonata contemplazione. E dunque? Perché quando la morte bussa alla casa di Betània, quando il fratello Lazzaro muore davanti agli occhi e nelle braccia delle sorelle, tutto crolla, si smonta, si sgretola da una parte e dall’altra. E quando persino Gesù, quando persino Dio morirà, che cosa resterà a Marta e Maria? Che cosa ne sarà dei loro demoni?



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