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La banalità del mare

Cabiria Teatro

Opera in repertorio

Genere
Prosa
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Regia: Elena Ferrari

Drammaturgia: Mariano Arenella, Marco Caligari e Maurizio Patella

Attori: Mariano Arenella

Altri crediti: Giacomo Gamberucci/Elena Lombardo Violoncello Video di Lele Marcojanni e Simone Felici

Parolechiave: Lotta, condivisione, turismo, presente, passato

Produzione: Cabiria Teatro

Anno di produzione: 2025

Genere: Prosa

Lo spettacolo nasce da un'indagine, fatta in Riviera Romagnola, che diede risultati sconvolgenti: il 99% dei lavoratori e delle lavoratrici del turismo intervistati/e dichiaravano di lavorare, durante la stagione estiva, 12 ore al giorno senza giorno libero per paghe inferiori ai 3 euro all’ora. Altrettanto sconvolgenti erano le condizioni di vita dei dipendenti: c\'era chi veniva alloggiato in un container, chi in stanze senza finestre, e chi era costretto a mangiare solo pasta con il pomodoro per tre mesi. Possibile che per andare in vacanza bisogna far lavorare altre persone come schiavi? Le storie narrate sono due: quella di un lavoratore stagionale di oggi e quella di uno del 1891, anno della prima celebrazione in Italia della Festa dei Lavoratori. Il lavoratore di oggi decide di fare la stagione per scelta, non per bisogno, per non pensare ai suoi errori, alla sua ex ragazza, che l’ha lasciato, alla sua “impermeabilità rispetto alle cose”, come forse gli diceva lei. Canzio, Il lavoratore di fine ‘800, decide invece di fare la stagione perché vuole scappare dalla campagna, dalla miseria, dalla fame. Entrambi scoprono le stesse cose, di sé stessi e del mondo che li circonda. La condizione lavorativa è una nota di fondo, un rumore bianco che li accompagna sempre. Che ci accompagna sempre. Ieri come oggi. Perché noi non siamo il nostro lavoro. Siamo anche altro. Non dovrebbe essere così? Perché questa condizione non riguarda più solo i lavoratori stagionali, ma tutti. “Vai a letto e pensi a tutto

quello che non sei riuscito a fare durante la giornata, ti svegli e pensi a tutto quello che non riuscirai a fare”. I nostri due lavoratori alla fine si salvano, rallentano e poi si fermano. Riescono a scendere dalla ruota che gira sempre e, con un brivido, saltano sulla terra ferma. Magari ci ritorneranno su quella ruota, magari ci torneranno per dei periodi più o meno lunghi o per

sempre, ma hanno capito la cosa più importante: che questo salto non lo possono fare da soli, lo devono fare con gli altri, tenendoli per mano, guardandoli, capendoli, cercando di conoscere le loro vite. Che forse, proprio questo atto, il guardare gli altri, è l’unica via per scendere dalla ruota, e che forse, il correre di continuo è il modo migliore per stare da soli.



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