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FRIDA - SULLE MIE ROVINE

Noemi Francesca

Opera in repertorio

Genere
Prosa
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Regia: NOEMI FRANCESCA

Drammaturgia: Riccardo Festa

Attori: NOEMI FRANCESCA

Altri crediti: disegno sonoro : MARCO VIDINO

Parolechiave: FRIDA KAHLO, RIVOLUZIONE, DONNA, ARTE, AMORE

Produzione: Solot - Benevento

Anno di produzione: 2025

Genere: Prosa

Cosa vuol dire ri-trarsi in un’opera? Quale spettro è il soggetto dell’autoritratto?

Partendo dalla tesi di Derrida, secondo cui l’identificazione tra il “firmatario” e il “soggetto” dell’autoritratto conserverà sempre un carattere di ipotesi, la drammaturgia dello spettacolo si propone di costruire davanti allo “specchio” del pubblico una serie di autoritratti in cui quello che

si disegna non è mai la “cosa” vivente, piuttosto un segno, una traccia, qualcosa che chiama in causa la memoria e non la presenza.

Vediamo dunque Frida Kahlo che, come una sorta di veggente ,disegna senza vedere la cosa che disegna, soprattutto senza vedere sé

stessa, incarnando sulla scena quel movimento attraverso il quale tenta disperatamente di riafferrarsi in un atto di memoria, che vuole qui essere più una memoria collettiva che privata. La messa in opera dellamemoria infatti, non è al servizio del disegno, ma è l’operazione stessa del disegno. Si tratta di supplire uno sguardo con un altro, di accettare uno scambio di identità, che, come nel gioco teatrale,nnon è mai la propria.

La pittura e in particolare l’autoritratto sono legati ad una perdita, ad un lutto che non può essere elaborato, dal momento che l’altro non può essere assimilato, anzi si è costretti ad occuparne il posto.

La pittrice si mette al posto dell’altro, di quell’altro che è il protagonista di una particolare tragedia che proverà qui a trovare una forma di redenzione.

Lo spettacolo risulta così essere una riverberazione delle molte voci che hanno abitato la vita e l'opera della pittrice messicana, nel tentativo di ricostruzione di una possibile memoria collettiva che intercetta temi come il dolore fisico, l’impegno politico, l’amore, la lotta di genere.

Una serie di “autoritratti”, dunque, che partendo dall’iconico movimento di Frida Kahlo di trasfigurazione del dolore, vanno a costruire sulla scena una serie di “nuove opere”, di nuovi ritratti di Frida Kahlo come farebbe Frida Kahlo, in un gioco teatrale di mimesi e finzione.

Poiché oltre un terzo delle opere più importanti della pittrice messicana sono autoritratti, la sua figura è qui utilizzata come icona artistica e politica, come esempio di un movimento di trasfigurazione che viene operato dal vivo sulla scena. Si tenta così di evocare una rovina che non viene dopo l’opera, bensì è all’origine dell’opera.

“Ogni simmetria è rotta tra sé e sé, tra sé, lo spettacolo e lo spettatore che anche è. Non vi sono che spettri.

E così come la memoria qui non restaura un presente passato, la rovina del viso, e del viso fissato nel disegno, non significa l’invecchiamento, l’usura, la decomposizione anticipata o il morso del tempo, bensì diviene il tracciato di un’esperienza.

"La rovina non è davanti a noi, non è né uno spettacolo, né un oggetto d’amore. La rovina è

l’esperienza stessa.Maschera di questo autoritratto impossibile in cui il firmatario si vede sparire dai suoi propri occhi nella misura in cui tenta

disperatamente di riafffermarvisi".

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