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Aujourd'hui est le meilleur jour de ma vie

Francesco Giordano

Play in the repertoire

Theatrical genre
Prose Dance theatre Performance
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Direction: Ivana Xhani e Francesco Giordano

Dramaturgy: Ivana Xhani e Francesco Giordano

Actors: Ivana Xhani e Francesco Giordano

Other credits: Collaborazione drammaturgica Carlo Merico

Key words: Performance, Assurdo, Fisico, Coinvolgente, Comico

Production: Ex Anima e RAMDAM, Un centre d\'art

Year of production: 2025

Theatrical genre: Prose Dance theatre Performance

Sinossi Sulla scia della domanda che ha dato l’impulso a questo lavoro – ovvero che cosa significhi sentirsi a casa e che cosa significhi ricostruire la propria casa – due personaggi vengono incontro allo spettatore per invitarlo nel loro appartamento: uno studioso ossessionato dalle galline ed una donna fiaccata ed innervosita da continui spostamenti a cui è stata costretta. Il racconto di una giornata iniziata anzitempo a causa di un incubo notturno li porterà davanti ad una domanda capitale, ovvero che cosa ne hanno fatto della loro stessa casa.

Genere Il linguaggio performativo di questo spettacolo, per quanto sia inseribile nel genere teatro fisico e assurdo, spazia da momenti dialogici a momenti danzati e di clownerie. In questo modo Aujourd'hui est le meilleur jour de ma vie si configura, fin dalle sue fasi di studio, come una partitura pensata per prendere in contropiede lo spettatore e condurlo nel salotto di una casa balcanica in un giorno di festa. È questa festa, alla quale lo spettatore è continuamente invitato (vi sono brevi interazioni con il pubblico) il cuore di questo spettacolo.



È il 1989 e Bruno Giordano, venticinquenne, lascia la Sicilia, saluta i propri genitori per poter concludere i suoi studi in giurisprudenza a Roma. È il 1994, Enkeleda

Allajbe sale su un traghetto da Durazzo - con un figlio di 9 mesi e suo marito, Myrteza Xhani - diretto a Brindisi. Lei, a cui sarebbe andato bene chiunque, solo non un marito refugjat (trad. profugo), è partita con quella nave per seguirlo nella “terra promessa”. È il 2021, sono le 5.30 del mattino e alla Stazione di Milano, Francesco Giordano e Ivana Xhani, i rispettivi figli, salutano i genitori per andare a studiare a Parigi. L’inesistenza di un sistema di sostegno per i teatranti in Italia rende quasi impossibile poter vivere di questo mestiere. Oggi nessuno di noi abita nel luogo in cui è nato o cresciuto, nessuno è tornato a casa.

Come si fa a partire e come si fa a restare? Come fare a non sentirsi più stranieri nel posto in cui si arriva, ma neanche spaesati in quello in cui si ritorna? Il nostro lavoro racconta di chi è partito, fuggito, sradicato, ma anche di chi non si è mai mosso, non ha mai lanciato le gambe al di là del confine, chi è rimasto e ha amici lontani e forse ogni tanto guarda la propria città chiedendosi “ma sarà davvero questa casa mia”? La domanda, in fondo, è per tutti la stessa: “quanto manca per tornare a casa?”. Dedicato ai più di 70 000 mila giovani italiani che ogni anno emigrano. Figli inquieti di genitori che da 40 anni impilano mattoni per far fronte alle sferzate di vento che sentono solo coloro che hanno accenti strani, diversi e che non sanno come si scrivono le parole che parlano, dove si richiede un documento o come si iscrive il proprio figlio a scuola.

Non si tratta di voltarsi indietro alla ricerca di uno sguardo nostalgico; la questione fondamentale è un’altra: come si ri-costruisce una casa? Che cosa significa sentirsi a casa?

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