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Il Gioco

Cantiere scenico

Opera in repertorio

Genere
Prosa
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Regia: Fabio Di Gesto

Drammaturgia: Davis Tagliaferro

Attori: Francesco Castiglione ; Valeria Zazzaretta

Altri crediti: -TESTO VINCITORE “PREMIO TARGOS” -TESTO VINCITORE “TRAME CHIAMATE DESIDERIO -OPERA FINALISTA “ PREMIO NAZIONALE DI DRAMMATURGIA CANDONI - ORAZERO -TESTO PUBBLICATO SUL MENSILE “SIPARIO” -TESTO PUBBLICATO DA “ EDIZIONE PROGETTO CULTURA- COLLANA SCENA MUTA”

Parolechiave: ilgioco, spettacolo, coppia, vita, emozioni

Produzione: Cantiere scenico

Anno di produzione: 2025

Genere: Prosa

IL GIOCO

DI | DAVIS TAGLIAEFERRO

CON | FRANCESCO CASTIGLIONE E VALERIA ZAZZARETTA REGIA, SCENA E LUCI | FABIO DI GESTO



“ANGOLAZIONI” REGIA

Dopo aver letto il testo di Davis, tre parole chiave mi si sono impresse nella mente: costanza, tentativi, fine.

Quella che raccontiamo è la storia di una giovane coppia che lotta con ogni fibra per resistere, per aggrapparsi a ciò che resta di loro. Si muovono in bilico tra la volontà di restare e la tentazione di lasciarsi andare, cercando di non diventare il riflesso sbiadito di una società che consuma tutto: oggetti, emozioni, persone. Ma cosa significa davvero resistere? E fino a che punto il tentativo di restare insieme è una scelta, e non solo un riflesso condizionato?

Le parole di Davis sono carne, sono viscere, sono battito e respiro. Hanno un’intensità brutale che mi appartiene, una materia viva e incandescente che amo maneggiare a teatro. Il corpo, la voce, lo spazio si fanno testimoni di un amore che si consuma senza grida, senza eruzioni violente, ma con la lenta inesorabilità delle maree.

E poi c’è la fine. Ma non una fine tangibile, concreta, come in Tagliaferro. Qui la fine è una dissolvenza, un ultimo respiro condiviso. È la fine di un matrimonio, di un amore, ma senza il peso della rottura. Non è una guerra, ma un patto silenzioso. Non è un addio straziante, ma la comprensione di un esaurirsi naturale. Nessun colpo di scena, nessun dramma gridato. Solo il fluire inevitabile delle cose che cambiano.

Viviamo in un’epoca in cui i rapporti si bruciano in fretta, in cui il love bombing e il ghosting sono le nuove dinamiche sentimentali, in cui ci si ama con la stessa frenesia con cui ci si dimentica. Eppure, in questo spettacolo, volevo raccontare qualcosa di diverso. Un amore che si spegne senza perdere la sua dignità, una separazione che non conosce la fine del bene.

Forse, in un mondo che divora i sentimenti con la stessa velocità con cui li crea, c’è qualcosa di rivoluzionario nel lasciarsi con dolcezza.

SCENA

C’è un elemento scenico che attraversa tutta la pièce e che, più che un semplice oggetto, diventa il terzo protagonista della storia: un lenzuolo.

Il lenzuolo è il simbolo dell’intimità della coppia, il luogo fisico e metaforico in cui tutto accade: le notti condivise, le carezze, i silenzi, il riparo dalla realtà. È casa, è complicità, è rifugio. Ma in scena diventa molto di più. Si trasforma, si modella, si piega e si spezza con loro: può essere un muro che divide, un’onda che travolge, un sudario che avvolge la fine. È testimone e materia viva, proprio come l’amore, che cambia forma fino al suo dissolversi.

Quando un rapporto finisce, resta sempre qualcosa: un odore, un segno sul cuscino, una piega nelle lenzuola. Questo lenzuolo è ciò che rimane. E racconta la loro storia più di qualsiasi parola

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