Regia: Danilo Napoli
Drammaturgia: Danilo Napoli
Attori: Danilo Napoli
Altri crediti: Aiuto Regia: Antonietta Barcellona Grafica: Salvatore Parola Foto di scena: Emanuela Napoli
Parolechiave: clima, capitalismo, monologo
Produzione: Vitruvio Entertainment / Nova Civitas / Vitruvio Academy, in collaborazione con Csv Sodalis Salerno e Associazione Salute e Vita
Anno di produzione: 2025
Genere: Prosa
"21 marzo 2156. Clima mite con temperature fino a 52°C all'ombra."
Questa è la prima cosa che il pubblico sente, proveniente da un altoparlante e seguito da annunci strani. Lo spettatore viene così catapultato in un incubo: il mondo che lasceremo ai nostri figli.
E allora eccolo lì uno dei nostri figli: il protagonista, un attore solitario in un pianeta devastato, che incarna la rabbia di una intera futura generazione a cui hanno tolto la possibilità di vivere e che si limita a sopravvivere, sospesa tra il desiderio di arrendersi e quello di continuare a resistere, anche quando tutto sembra perduto. Questo attore, infatti, entra in sala e annuncia al pubblico che lo spettacolo non si terrà perché non c'è più niente da dire. Ma poi, da buon attore, si lascia trasportare dal piacere di parlare a un pubblico e comincia a raccontare, trasportando il pubblico in un mondo futuro, figlio delle scelte scellerate di questo presente: città sommerse, aria irrespirabile, maschere antigas, popolazione divisa in "poveri terrestri" e "ricchi sottomarini", caldo asfissiante, rifugiati climatici, morti per inquinamento, carenza di cibo.
La regia si muove sulla sottile linea tra ironia e tragedia, alternando momenti di leggerezza e battute a riflessioni più cupe e profonde. Questo equilibrio permette di avvicinare il pubblico al tema del cambiamento climatico senza appesantirlo, ma offrendo spunti di riflessione che si sedimentano lentamente. E così, mentre la gente muore come scarafaggi, i ricchi sottomarini vivono senza problemi e dagli altoparlanti si sentono sia annunci allegramente orribili, sia la perpetua trasmissione di Beautiful (diventato un radiodramma futuristico) che di Radio Maria. E, nel frattempo, un lenzuolo porta la scritta IL TEATRO NON SERVE A UN CAZZO (ma invece serve eccome!).
Un’operazione interessante che abbiamo scelto di fare riguarda il lavoro sul linguaggio: ispirandoci al lavoro di Burgess, “Arancia meccanica”, abbiamo immaginato l’evoluzione della lingua italiana, o meglio, della lingua (Ferdinand de Saussure direbbe la “parole”) che utilizza il protagonista, calato in un ambiente fortemente e forzatamente multietnico, nel quale crollano tutte le barriere linguistiche e culturali, dando via libera a contaminazioni di ogni tipo. E così il teatro, nella sua dimensione rituale, diventa il simbolo della resistenza. Resistenza al declino, all’oblio, alla fine. Diventa l'ultimo baluardo dell’umano, luogo dove le storie continuano a vivere e a essere ascoltate, anche quando il mondo là fuori è in rovina. E perciò che senso ha continuare a raccontare? Perché il pubblico dovrebbe ascoltare? La risposta si trova nell’atto stesso di salire su quel palco e parlare.
Finché c’è qualcuno disposto ad ascoltare, finché c’è un palcoscenico, c’è ancora speranza.
Informazione riservata agli Organizzatori
Non è stata caricata nessuna recensione
Informazione riservata agli Organizzatori