Direction: Tommaso Burbuglini
Dramaturgy: Eleonora Pace
Actors: Andrea Perotti e Valerio Sprecacè
Other credits: Premio della critica Festival Direction Under 30 2025 Teatro Sociale Gualtieri Spettacolo finalista Forever Young 2024 | La corte ospitale Progetto selezionato Powered by REF 2023 Un progetto Romaeuropa Festival 2023 nell’ambito di ANNI LUCE_Osservatorio di futuri possibili In collaborazione con: carrozzerienot, cranpi_, 369gradi Corealizzazione residenze: Teatro biblioteca Quarticciolo, Periferieartistiche – Centro di Residenza Multidisciplinare del Lazio: Twain centroproduzionedanza e Settimocieloteatro In network con ATCL – circuito multidisciplinare del Lazio per Spazio Rossellini polo culturale multidisciplinare regionale Foto di scena: Danilo Currò
Key words: immigrazione, burocrazia, ricongiungimento, teatro contemporaneo, nuova drammaturgia
Production: Cromo collettivo artistico Residenza produttiva: Carrozzerie n.o.t
Year of production: 2025
Theatrical genre: Prose Other
SINOSSI
Ahmen è un giovane immigrato che tenta di ricongiungersi alla moglie lontana. Il mare che li divide è fatto di carte, documenti e marche da bollo.
Alle prese con una routine sfiancante, ambientata in un surreale autolavaggio e un ufficio immigrazione dove il tempo sembra essersi fermato, tra clienti incontentabili, operatori telefonici e burocrati sfuggenti, Ahmen si affida alla saggezza di un dio che si fa teschio che lo condurrà nell’antro del suo inconscio.
NOTE DI REGIA
Il progetto Ahmen è nato traendo ispirazione dalla storia di Asim Javed. Arrivato in Italia dodici anni fa dal Pakistan, dal 2021 è ancora oggi alle prese con un intricato ed esasperante iter burocratico indispensabile per ricongiungersi alla moglie lontana.
L’immigrazione viene spesso narrata soltanto attraverso numeri e logiche securitarie, raramente si parla delle battaglie quotidiane di chi è già regolarmente inserito nel nostro sistema. Questo spettacolo vuole spostare lo sguardo proprio su questa dimensione, provando a raccontare la storia di chi, seppur in regola, deve lottare ogni giorno per il proprio diritto ad esistere.
In Ahmen l’odissea del protagonista non si svolge sul mare, ma tra scartoffie, documenti e marche da bollo: un labirinto amministrativo senza un’apparente via d’uscita. La scena si struttura in un dialogo unidirezionale, o meglio, in un non-dialogo tra due attori: uno che, nel flusso incessante
di parole, da voce a vari personaggi (clienti, operatori telefonici e burocrati), l’altro, Ahmen, che, in una silenziosa e sottile partitura di movimenti, gesti e sguardi, racconta la costrizione e la frustrazione di chi non ha voce in capitolo.
In scena pochi oggetti essenziali, evocano l’atmosfera evanescente di un sogno: una lavatrice sporca, un’insegna luminosa che recita APERTO, un plexiglass e un teschio di mucca che osserva la scena dall’alto, e poi proiezioni di un volto frammentato di donna, simbolo di un ricordo che nel tempo si fa sempre più rarefatto e lontano.
Viene rappresentata così, attraverso un gioco apparentemente candido e ingenuo, l'asfissiante routine quotidiana del protagonista e la sua conseguente discesa negli inferi kafkiani della burocrazia e dell’incomunicabilità.
La storia di Ahmen si configura così come il viaggio di un eroe contemporaneo, guidato da una forza invisibile che lo spinge a proseguire nonostante le difficoltà.
Entrando in questa narrazione l’obiettivo non è tanto quello di provocare compassione verso l’oppresso, quanto piuttosto tentare di stimolare una riflessione sul ruolo che ognuno di noi ricopre in questa dinamica, sulla nostra parte di responsabilità.
Ci siamo chiesti: se ognuno di noi è parte del problema, quale cambiamento attivo e consapevole potremmo attuare? Siamo disposti a guardare dall’altra parte del vetro? A guardare dentro noi stessi? È Ahmen che ha bisogno dell’impiegato? O è l’impiegato che ha bisogno di lui?
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