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Madri

La Corte Ospitale

Opera in repertorio

Genere
Prosa
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Regia: Alice Sinigaglia

Drammaturgia: Diego Pleuteri

Attori: Valentina Picello, Vito Vicino

Altri crediti: sound designer Federica Furlani scenografo Alessandro Ratti luci Luca Scotton produzione La Corte Ospitale con il contributo della Regione Emilia-Romagna con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea” Testo vincitore Eurodram 2022 - menzione al premio InediTO 2020

Parolechiave:

Produzione: Pleuteri/Sinigaglia

Anno di produzione: 2024

Genere: Prosa

Un ragazzo torna a fare visita alla madre durante un pomeriggio di pioggia. Una volta in casa trova il salotto pieno di scatole, sparse sul tavolo, per terra, sopra le sedie. Fra di esse, la donna si muove continuando a parlare. Sta cercando un vecchio articolo di giornale nel tentativo di ricordare le ultime parole di una citazione. “Di intimo c'è rimasto solo - “ e non riesce. Come se la sua vita fosse rimasta bloccata lì, in attesa di completare la frase. In poco tempo il figlio si inoltra insieme a lei nella ricerca. Vana è ogni resistenza. Il richiamo di quella parola scordata è troppo forte, anche per lui. E dalle scatole cominciano a emergere vecchi album di fotografie, romanzi, piccoli inquietanti scarafaggi difficili da uccidere. Sospesi fra sogno e realtà, azione e pensiero, madre e figlio sprofondano dentro quell’inconscio che potremmo dire collettivo, per ritrovare le parole che erano state dimenticate. Note di regia: Uno dei punti più interessanti del lavoro di Diego Pleuteri su Madri riguarda la riflessione sul pensiero, sulle sue modalità di entrare in circolo nelle vite delle persone e di descrivere la realtà. I due personaggi scritti da Diego hanno la testa bucata, i loro pensieri fuoriescono senza sosta in un fiume di ossessioni che senza sforzo diventano parola; parola che di tanto in tanto si attorciglia su se stessa fino a sparire in un brusio di fondo, ma che altre volte senza nessun preavviso diventa concreta, reale. I fatti che le parole descrivono sono già tutti accaduti e forse non è nemmeno importante se siano accaduti davvero o siano stati solo immaginati. Il dialogare dei protagonisti è l’intreccio di due menti che volentieri diventano una sola e si scambiano continuamente le parti di una consumata vita interiore. In questo eterno monologare, madre e figlio si finiscono le frasi, sì, ma allo stesso tempo non riescono a finire l’unica frase che sembra importare davvero: di intimo c’è rimasto solo? Cercando la fine di una citazione, i due passeggiano a mezz’aria senza nessuna intenzione di scendere a terra. Insieme, ma anche profondamente soli. Di intimo c’è rimasto solo il pensiero? La solitudine? La regia approfondisce queste domande lavorando sulla parola e quindi sul suono, il più sfuggente degli elementi scenici. Polifonico o monolitico, sdoppiato, sovrapposto, un approfondito e complesso lavoro sulla sonorità cerca di restituire tutti i livelli di stratificazione del pensiero, vero protagonista di questo testo. Il dispositivo drammaturgico e quello registico si fondono, le didascalie diventano dialoghi, i dialoghi pensiero, i pensieri monologhi e i monologhi vengono ascoltati da chi dovrebbe interpretarli. Ma da dove vengono le voci? Ci parla? I suoni escono dai cassetti della cucina, dalle scatole in cui lei fruga spuntano microfoni, fonti sonore inaspettate scoprono ricordi, si sdoppia il pensiero e livelli sovrapposti di testo si intersecano in bocca a chi invece sembrerebbe zitto.

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