Regia: Luigi Di Felice
Drammaturgia: Luigi Di Felice
Attori: Lorenzo Bombelli, Luigi Di Felice, Francesca De Lorenzo.
Altri crediti:
Parolechiave: Contemporaneo, Dramedy, Tragicomico, Prosa, Sperimentale
Produzione: Zamisdat Project.
Anno di produzione: 2023
Genere: Prosa Altro
Laura e Manrico si ergono in mezzo a una montagna di libri calpestati. Sbraitano contro la Contemporaneità anche se il loro vero obiettivo è la fuga, una fuga immobile da se stessi, dai propri ricordi, dal proprio corpo. Su di essi - riflesso sulla superficie dello specchio del bagno - veglia il Biografo, coscienza dismorfofobica di fronte alla quale i due si cimentano in supercazzole ispirate a tutto l'accumulo mostrato in scena. Contestano i finti artisti, il vicinato, i fighetti, le donzelle. Citano Shakespeare e Aretino senza conoscerli, tentano di interpretare ruoli a caso tra quelli offerti dai volumi sparsi intorno a loro (Riccardo III per lui, Lady Anna per lei? Chissà...) mentre, come unico sguardo sul mondo, un'app di incontri gli permetterà di concedersi a un tentativo di dialogo. E così i due si incontrano, convivono, fanno l'amore, litigano, baciano, polemizzano, fanno la doccia. Tutto fino all'inesorabile e tragicomico finale in cui essi si mostreranno per ciò che sono veramente…
La genesi dello spettacolo affonda le radici in “Bugliolo della Vettabbia”, monologo originale ispirato al “Riccardo III” shakespeariano presentato per la prima volta in occasione di una residenza artistica presso MTM Grock nel novembre del 2022. Il testo fornisce al suo autore nucleo per la drammaturgia del presente spettacolo e rappresenta una tappa cruciale nel percorso di Zamisdat, progetto di ricerca che ha già dato vita a “La fiera delle avanguardie secche” e “La fine del cinema indipendente italiano”, gli altri due testi scenici di Luigi Di Felice inseriti in questo percorso di sperimentazione e riflessione sulla contemporaneità.
Ci sono due monologhi. Ognuno di loro non sa bene di cosa parlare e parla di tutto (quindi di niente). A un certo punto si incontrano e dal loro amore nasce un dialogo che però è solo una copula intrecciata, un lavoro all'uncinetto che entrambi hanno dimenticato di chiudere, perciò la trama si
scuce e i due monologhi sfilano di nuovo.
La prosa è volutamente ampollosa e ridondante. Nel tentativo di adottare uno stile affettatamente ed esageratamente ricercato, Laura e Manrico utilizzano in modo personalissimo diversi vocaboli, talora inesistenti. I dialoghi e i monologhi risultano pregni di formalismi e spesso descrivono
pleonasticamente la realtà, sforzandosi di impressionare il loro ipotetico pubblico con divagazioni di gonfiezza biliare che infine collassa (come la montagna di libri presentata in scena) sotto la vacuità dei propri contenuti. Laura e Manrico sono sia scrittori maldestri sia poeti perfetti, ma anche
individui triviali, periferici, lacerati e dissoluti. Nel loro eloquio pallidamente erudito, teorie licenziose e strampalate risuonano grottescamente a cadenzare una vana e tragicomica contemplazione del mondo occidentale.
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