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Il pianto beffardo di Crono

Voci Fuori Campo

Opera in repertorio

Genere
Prosa Teatrodanza Performance
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Regia: Angelo Castaldo

Drammaturgia: Angelo Castaldo

Attori: Chiara Cappelli e Teresa Flor Castellani

Altri crediti: Soggetto e coreografie 𝗚𝗶𝘂𝗹𝗶𝗮 𝗕𝗮𝘀𝗶𝗹𝗼𝗻𝗲 Musiche originali 𝗥𝗶𝗰𝗰𝗮𝗿𝗱𝗼 𝗚𝗼𝗿𝗼𝗻𝗲 Voce registrata Luca Cappelli

Parolechiave: teatro contemporaneo, disturbi alimentari, famiglia, rapporti personali

Produzione: In Fabula e Voci Fuori Campo con il sostegno di Atto Due e Officine Papage

Anno di produzione: 2024

Genere: Prosa Teatrodanza Performance

Due attrici, quattro maschere e un personaggio con un sogno da raccontare, un sogno animato da ombre, figure antropomorfe e speranze.



Una ragazza - di cui non verrà mai rivelato il nome - nel giorno del suo compleanno riceve la telefonata della madre che nel farle gli auguri le ricorda di chiamare suo padre.



Un altro personaggio, che per sbaglio sente la telefonata, chiede alla protagonista: come stai?



È nella sua risposta (“bene!”) che la drammaturgia affonda le sue radici e va a scavare i significati delle parole.



La scena si riavvolge e riparte, mostrando un loop temporale che va a confondersi con l'onirico. Così come quando si racconta un sogno e nel raccontarlo si aggiungono dettagli e si è costretti a tornare indietro, a riavvolgere il nastro e ripartire. Anche lo spettacolo continuamente riparte e si riavvolge per aggiungere, di volta in volta, frammenti. La memoria e il tempo sono i temi centrali della narrazione. Quel Crono del titolo, simbolo del tutto e del niente, via di mezzo fra l'esistere e il non-esistere.



Il testo si apre con una riflessione sul rapporto padre figlia, per raccontare un'esperienza di crescita personale che si nutre di molteplici prospettive. La relazione padre-figlia è quindi l'incipit per indagare all'interno del sé e soffermarsi ad affrontare quelle ulteriori dinamiche necessarie ad una presa di coscienza. Si riflette sull'equilibrio costruito attraverso l'esperienza di crescita, sul rapporto con le proprie emozioni, sulla vita e la morte, sul tempo, sui pieni e sui vuoti. E' un percorso catartico che condivide col pubblico l'esigenza di indagare nei meandri più profondi dell'inconscio per dissotterrare confronti seppelliti e posticipati. E' come mettersi davanti allo specchio e decidere di provare a liberarsi. Chi sono, cosa porto su di me, come mi sono determinata fino ad adesso e come posso ricostruirmi, quali sono i pezzi che mancano? Il testo è una ricerca che porta a svelare un senso di solitudine condivisa, il grido di una generazione che si è plasmata su dogmi mai messi in discussione e che adesso cedono davanti ad un presente incerto. La famiglia, i doveri, il tempo lineare e le formalità vengono destrutturati e reinterpretati. Non c'è più giusto o sbagliato, ciò che è bene dire o provare, c'è solo un vaso di pandora che si svuota per riempirsi nuovamente. C'è un fiume che trascina in un cambiamento perpetuo, per correggersi all'infinito nella versione migliore di sé. C'è la voglia di non arrendersi e non plasmarsi sugli errori degli altri o sulle sofferenze subite. Una voglia di riscatto, di dimostrare che possiamo essere migliori. C'è il desiderio di mettersi a nudo e condividere il proprio dolore, come un grido che richiama ad una vicinanza emotiva e cerca di risvegliare dall'assopimento e dall'indifferenza cui troppo spesso e troppo a lungo ci siamo obbligati.

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