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Volano alberi spogli come radici

Collettivo Est

Opera in repertorio

Genere
Prosa
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Regia: Beatrice Mitruccio

Drammaturgia: Beatrice Mitruccio

Attori: Beatrice Mitruccio

Altri crediti: Aiuto regia Ludovico Cinalli e Paolo Perrone Voci Martina Tirone e Paolo Perrone Ambienti scenici Beatrice Mitruccio e Mila Damato Vocal coach Martina Bonati Tecnico Yonas Aregay Foto Luca Brunetti

Parolechiave: femminismo, maschilismo, violenza di genere, donne, rinascita

Produzione: Produzione Collettivo Est, Produzione esecutiva Progetto Goldstein Con il sostegno di Spin Time Labs, Roma

Anno di produzione: 2024

Genere: Prosa

Sinossi

“Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva.”

M. Murgia

In Italia, ogni anno, otto donne su dieci subiscono violenza; Beatrice è una donna che sente la necessità di

parlare. Beatrice parla per sé stessa sentendo il peso delle altre sette, parla come parlerebbe un’amica o

una sorella, parla con tragica ironia. Parla arrabbiata di uomini agli uomini e parla appassionata di donne

alle donne. Beatrice, per un’ora sola, concede a tutte e dieci un atto di sovversione.



Inizia con un pezzo di stand up comedy sull’invidia del pene il monologo Volano alberi spogli come radici, in

cui la testimonianza della protagonista, una giovane donna sopravvissuta ad una relazione abusante,

diventa un racconto che ha i tratti di un personale risveglio, una personale “primavera femminista”.

Beatrice ripercorre alcuni momenti decisivi della sua relazione tossica alternando alla sua voce, le voci del

passato, dei ricordi, che la stessa regista-interprete ha bisogno di affidare a due attori. Queste prenderanno

corpo come nei doppiaggi di Zero Calcare: voci della coscienza, crude e crudeli.

Così il sentimento della vergogna, la sofferenza e l’immobilità diventano un moto di rivalsa, un furore sano e

bello, che Beatrice si concede per la prima volta davanti a tutti e a tutte. Lo spettacolo si sviluppa a quadri,

scendendo sempre più in profondità: ciò permette a chi ascolta di delineare la storia e l’assente-presente

personaggio maschile.

I racconti degli episodi che di più hanno segnato la sua storia personale sono detti al pubblico con la

semplicità con cui un’amica lo farebbe con un’altra: con sincerità ed autoironia. Ed è proprio nell’ironia che

il testo trova la sua piena realizzazione: in quel sorriso amaro che l’interprete si concede raccontandoci il suo vissuto e i ragionamenti sulla contemporaneità che ne scaturiscono. Beatrice, per caso e per caparbietà,

è oggi qui davanti a noi, affidandoci un racconto puro e bello, che scava nella violenza, non per darci una

lezione morale su tematiche che lasciamo volentieri a giornalisti, psicologi e santoni, ma per metterci di

fronte a un fatto tanto personale quanto universale, nella speranza di quel momento catartico a cui il teatro

anela.

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